martedì 11 giugno 2013

Visioni dello sport

VISIONI DELLO SPORT (una sempre dalla Francia...)

Già avevo postato un pensiero su cosa e come dovrebbe essere lo sport in particolar modo nell'ambito scolastico.Ora cito questa "visione".
 Tre ore alla settimana, 108 in un anno. Una conoscenza progressiva e obbligatoria dello sport, tutto lo sport: da sperimentare, praticare e veder praticato da altri, quelli bravi.
Discipline da provare, tutti e tutte: sport di base, nuoto e atletica, obbligatori e naturalmente gratuiti; sport di "adattamento all'ambiente", come orienteering, arrampicata, ciclismo, pattinaggio su ghiaccio o a rotelle; sport intrecciati col territorio e la cultura locale: sci per chi è in montagna, vela per chi è al mare, canoa o kayak per gli altri; sport di "cooperazione e opposizione individuale": discipline di combattimento (lotta o pugilato), di racchette (tennis o tennistavolo o badminton) di squadra (calcio, pallavolo, basket e pallamano); sport "artistici ed estetici": danza e ginnastica. Si fa tutto a scuola, durante le 108 ore e in quelle facoltative al pomeriggio, perché ogni scuola deve (non può. Deve) essere dotata di un'associazione sportiva scolastica che dia accesso alle attività, gratuite o pagando un modesto contributo.
Se a qualcuno l'elenco appena descritto sembra il programma del paese dei balocchi, sappia invece che è il programma dell'educazione sportiva nelle scuole primarie pubbliche in Francia, il nostro grande paese cugino. Si chiama EPS, un acronimo per Education Physique et Sportive, roba semplice da capire, molto più difficile da fare. Eppure loro la fanno; non si parla solo di medaglie olimpiche, ma di un bel pezzo di investimento sul futuro. Per i francesi, investire sul futuro significa anche far capire ai loro bambini (e poi ragazzi, perché l'EPS continua alle medie e nei licei, quando i ragazzi cominciano - solo allora - la specializzazione in uno sport preferito) che lo sport è una fetta importante e seria della vita, e dunque va coltivata e studiata come il francese o la matematica. Perché fa stare meglio, fa stare con gli altri, insegna le regole, il rispetto e tante altre belle cose che servono parecchio da grandi.

La novità è, però, almeno nelle intenzioni, che anche in Italia qualcuno si stia ponendo davvero il problema di come e cosa fare dello sport, dopo decenni di abbandono. Un abbandono, si badi bene, non finanziario, ma politico, culturale, strategico. Dal dopoguerra in poi, per l'Italia lo sport è stato il Coni, prima autofinanziato con le schedine, ora sovvenzionato ogni anno. Ma il Coni si occupa, da sempre, principalmente di due cose: vincere le medaglie olimpiche e mantenere se stesso, una macchina di burocrazia e di potere che inghiotte il 40% dei soldi disponibili. Allo sport per tutti, alle scuole, ai bambini, dovrebbe pensarci lo Stato. Che non lo fa, non l'ha mai fatto seriamente, a meno di non considerare serio il programma di "alfabetizzazione motoria" varato in pompa magna tre anni fa da Coni e Ministero della pubblica istruzione: basta vedere sul sito del Miur il programma (e le risorse investite) e confrontarlo con l'Eps francese per capire perché di alfabetizzazione (e non motoria) avrebbe bisogno chi pensa di risolvere così il deficit pazzesco scavato negli anni con il resto d'Europa.
Chi quel gap lo conosce bene è Josefa Idem, che adesso fa il ministro dello sport, dopo aver fatto l'atleta olimpica per tutta la vita. Lo sa, e ha voglia di provarci. Non a copiare i francesi, ma a entrare davvero dentro le scuole con concetti semplici e preziosi: la multidisciplinarietà, le società sportive d'appoggio, la revisione dei programmi, un approccio culturale allo sport non più da dopoguerra, ma da terzo millennio.Vedremo se un ministro senza portafoglio ma con parecchia energia riuscirà almeno ad accendere un luce: finora, dietro i riflettori puntati sui medaglieri olimpici, l'Italia ha sempre nascosto il buio. Ma è ora che la notte finisca, almeno quella delle idee.



Sulla visione dello sport vi invito a vedere il video di Mauro Berruto (se avete 9 minuti circa da dedicare...), allenatore della nazionale di pallavolo maschile, che è intervenuto con un breve monologo a "Se stasera sono qui", il programma di La7 condotto da Teresa Mannino. Berruto paragona, oltre a sottolineare l’importanza dello sport sia dal punto di vista emozionale che salutare (prevenzione di malattie), alcune imprese sportive a capolavori dell'arte, come ad esempio la Cappella Sistina. "Entrambi parlano un linguaggio universale - ha ammesso -. Prendete la storia di Yuri Chechi: a Barcellona '92 era il favorito per la vittoria ma si ruppe il tendine d'achille pochi mesi prima di partire. Si presentò 4 anni dopo in America, impugnando gli anelli per ultimo dopo che i suoi avversari avevano realizzato esibizioni quasi perfette, e vinse l'oro: ad Atlanta '96 Chechi dipinse il suo capolavoro". Sullo schermo le immagini dell'esercizio del ginnasta azzurro, in sottofondo le parole di chiusura di Berruto: "Sogno per l'Italia lo sport come strumento d'investimento che possa rimetterci in moto e farci camminare. Ma forse è solo un'utopia".

1 commento:

  1. Saltare, correre giocare all'aperto, Attività da sempre praticate spontaneamente dai bambini ma sempre più spesso limitate alle due ore di motoria a scuola e all'eventuale corso di calcio/ pallavolo/ danza. E'un problema di stili di vita, di disponibilità finanziaria delle famiglie, di costi. Il progetto di alfabetizzazione motoria non è che l'ultimo, prima c'era giocosport, prima ancora i consulenti e i percorsi di avviamento ad uno sport portati all'interno delle scuole dalle società sportive( ma sempre con finanziamento pubblico)
    Auguro alla Idem di aver più successo dei suoi predecessori ma qualche dubbio è legittimo. L'ultima volta che un governo Italiano ha investito veramente sull'educazione fisica nelle scuole è stato per "forgiare l'uomo nuovo" , con l'Opera Nazionale Balilla ad occuparsi dell'educazione sportiva dagli otto ai diciotto anni e lo sport di massa come mezzo di propaganda.

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